ROMA – “Giornalisti Italia” aggiorna quotidianamente su fatti che riguardano il mondo del giornalismo, non solo quello italiano, nonché su opportunità di lavoro, tutele, eventi, riconoscimenti, scadenze, ricorrenze, sulla sempre più precaria libertà di stampa, sulle minacce e sugli atti di violenza contro chi esercita la professione.
La morte di colleghi aventi un’età media di 40-45 anni, anche con una presunta “vita tranquilla” di redazione o di prezioso lavoro di routine, induce a più riflessioni sulla condizione del giornalista, limitandoci solo alla realtà italiana.
«Oggi – sottolinea Carlo Parisi – non esistono pause e in più bisogna fare i conti con l’inaccettabile concorrenza sleale dei pirati dell’editoria che non applicano contratti, calpestano per pochi centesimi i sogni dei giovani giornalisti e, come se non bastasse, sostituiscono l’uomo con l’intelligenza artificiale costringendo le persone a sforzi sovrumani per tenere il passo alle notizie. Ecco perché, oggi più che mai, è necessario rilanciare la necessità di inserire l’attività del giornalista nell’elenco ufficiale dei lavori usuranti tutelati dal D.Lgs. n. 67/2011».
L’incidenza dei decessi, su una base riconducibile al numero degli attivi, non è trascurabile e la domanda che viene da porsi, considerate anche le cause più comuni, legate spesso allo stress, è relativa alla mancata considerazione della professione giornalistica quale “lavoro usurante” e non certo privilegiato, come pensano in molti.
Non è un lavoro privilegiato perché il giornalista contrattualizzato, da diversi anni ormai, considerata la crisi dell’editoria, vive una costante situazione di precarietà, con caduta di tutele, diventando soggetto-oggetto di potenziali compromessi, spesso rifiutati con grande dignità. Ma ci sono anche i freelance e altre posizioni ibride.
E proprio per la carenza di contributi versati, derivante dallo stato di crisi delle aziende editoriali tradizionali, spesso non vengono raggiunti i requisiti minimi per accedere al trattamento pensionistico. Ne consegue che lo stress al quale sono sottoposti oggi gli operatori dell’informazione, non solo per essere sempre e comunque “sul pezzo”, anche con turni di notte e in ambienti inidonei, con il timore di non portare a casa il pane, possono portare alla generazione di patologie che in molti casi diventano letali.
Tra coloro che per le patologie derivanti dall’attività lavorativa hanno perso la vita (l’elenco è lungo, purtroppo) è doveroso ricordare il caso del compianto Michele Albanese, consigliere nazionale del sindacato dei giornalisti Figec con delega alla legalità, scomparso il 15 febbraio scorso. Michele era un giornalista appassionato e competente, noto per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, dalla quale era stato più volte energicamente minacciato. Ma soprattutto era anche una persona perbene e sensibile: 12 anni di scorta lo hanno oggettivamente privato della libertà e hanno pesato come un macigno sulla sua esistenza e sulla sua salute, “usurandolo” fino a spegnerlo. (giornalistitalia.it)
Letterio Licordari
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