ROMA – “Giornalisti Italia” aggiorna quotidianamente su fatti che riguardano il mondo del giornalismo, non solo quello italiano, nonché su opportunità di lavoro, tutele, eventi, riconoscimenti, scadenze, ricorrenze, sulla sempre più precaria libertà di stampa, sulle minacce e sugli atti di violenza contro chi esercita la professione.
E ricorda, sempre più frequentemente, colleghi scomparsi, al di là di coloro che sono o sono stati esposti ad alto rischio, come gli inviati nelle zone di guerra e chi è in prima linea contro le mafie e il malaffare. Sono statisticamente in molti a non arrivare all’età della pensione e, addirittura, non pochi coloro ai quali si dice addio in giovane età.
La morte di colleghi aventi un’età media di 40-45 anni, anche con una presunta “vita tranquilla” di redazione o di prezioso lavoro di routine, induce a più riflessioni sulla condizione del giornalista, limitandoci solo alla realtà italiana.
Gli iscritti all’Ordine dei giornalisti in Italia sono 104.862, ma oltre il 60 percento sono sconosciuti agli istituti di previdenza: all’Inpgi (circa 49mila iscritti di cui 26mila attivi e circa 20mila con un reddito superiore a 10mila euro l’anno), al quale sono iscritti i giornalisti che svolgono attività di lavoro autonomo (ritenuta d’acconto, partita Iva, cessione di diritti d’autore e co.co.co.); all’Inps nel quale, dall’1 luglio 2022, è confluita la gestione principale che attualmente conta circa 12mila dipendenti (erano circa 19mila nel 2015). Tra professionisti e pubblicisti gli attivi sono, insomma, circa 38mila, ma bisogna considerare che in molti tra i dipendenti hanno la doppia posizione, pertanto il numero si riduce a circa 25mila. Il resto degli iscritti è inattivo, in pensione o impegnato prevalentemente in altre attività professionali.
«Con la drastica chiusura delle redazioni e degli uffici di corrispondenza e lo sviluppo dell’informazione online – evidenza Carlo Parisi, direttore di Giornalisti Italia e segretario generale della Figec – la professione giornalistica è diventata totalizzante facendo saltare il tradizionale modello editoriale scandito dalla chiusura delle pagine che, per i più, segnava la fine della giornata e la possibilità di tirare il fiato».

«Oggi – sottolinea Carlo Parisi – non esistono pause e in più bisogna fare i conti con l’inaccettabile concorrenza sleale dei pirati dell’editoria che non applicano contratti, calpestano per pochi centesimi i sogni dei giovani giornalisti e, come se non bastasse, sostituiscono l’uomo con l’intelligenza artificiale costringendo le persone a sforzi sovrumani per tenere il passo alle notizie. Ecco perché, oggi più che mai, è necessario rilanciare la necessità di inserire l’attività del giornalista nell’elenco ufficiale dei lavori usuranti tutelati dal D.Lgs. n. 67/2011».
L’incidenza dei decessi, su una base riconducibile al numero degli attivi, non è trascurabile e la domanda che viene da porsi, considerate anche le cause più comuni, legate spesso allo stress, è relativa alla mancata considerazione della professione giornalistica quale “lavoro usurante” e non certo privilegiato, come pensano in molti.

Non è un lavoro privilegiato perché il giornalista contrattualizzato, da diversi anni ormai, considerata la crisi dell’editoria, vive una costante situazione di precarietà, con caduta di tutele, diventando soggetto-oggetto di potenziali compromessi, spesso rifiutati con grande dignità. Ma ci sono anche i freelance e altre posizioni ibride.
Non è un lavoro privilegiato proprio per i motivi anzidetti, rimanendo il prepensionamento (come noto, dal 2022 vi è stato il passaggio della gestione principale dall’Inpgi all’Inps) legato essenzialmente a motivazioni riguardanti le crisi aziendali delle testate datrici di lavoro.
E proprio per la carenza di contributi versati, derivante dallo stato di crisi delle aziende editoriali tradizionali, spesso non vengono raggiunti i requisiti minimi per accedere al trattamento pensionistico. Ne consegue che lo stress al quale sono sottoposti oggi gli operatori dell’informazione, non solo per essere sempre e comunque “sul pezzo”, anche con turni di notte e in ambienti inidonei, con il timore di non portare a casa il pane, possono portare alla generazione di patologie che in molti casi diventano letali.
Si dirà che problematiche del genere sono comuni alle casistiche presenti per altre attività lavorative, ma l’incidenza pare essere significativa.
D’altronde, la disciplina sul lavoro usurante (introdotta dal D.Lgs. 374/1993 e successivamente modificata) esclude altre categorie di lavoratori che, oggettivamente, anche in forza delle dinamiche lavorative e dello sviluppo tecnologico (si pensi anche alle Forze dell’Ordine, tanto per fare un esempio), renderebbero assimilabili alcuni lavori manuali (giustamente riconosciuti) con quelli di ordine intellettuale. Tra questi, appunto, l’attività giornalistica, al di là di quanto riconosciuto limitatamente alle prestazioni legate a cause di forza maggiore, come i default nell’ambito dell’editoria.

Tra coloro che per le patologie derivanti dall’attività lavorativa hanno perso la vita (l’elenco è lungo, purtroppo) è doveroso ricordare il caso del compianto Michele Albanese, consigliere nazionale del sindacato dei giornalisti Figec con delega alla legalità, scomparso il 15 febbraio scorso. Michele era un giornalista appassionato e competente, noto per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, dalla quale era stato più volte energicamente minacciato. Ma soprattutto era anche una persona perbene e sensibile: 12 anni di scorta lo hanno oggettivamente privato della libertà e hanno pesato come un macigno sulla sua esistenza e sulla sua salute, “usurandolo” fino a spegnerlo. (giornalistitalia.it)
Letterio Licordari
