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Mario Nanni: “Figec è la casa di tutti”

Le ragioni di una scelta: “È un sindacato pluralista e trasparente”

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Mario Nanni

ROMA – Dopo la prima seduta del Consiglio Nazionale della Figec, al Massimo D’Azeglio di Roma, il segretario generale Carlo Parisi ha deciso di intraprendere un viaggio tra gli iscritti della nuova Federazione, per capire il perché ad un certo punto della loro storia professionale giornalisti di provata fede e di lunga esperienza abbiamo scelto di aderire alla Figec.

Pino Nano

Un viaggio utile per tutti noi, che sentiamo la necessità di un confronto aperto e leale con il mondo esterno, ma soprattutto tra chi, come tanti di noi, ha scelto di vivere in prima persona questa nuova esperienza sindacale.
Sentiamo Mario Nanni, che per altro non ha bisogno di presentazioni almeno tra i giornalisti italiani, di cui è stato per lunghissimi anni punto di riferimento e maestro di giornalismo.
– Direttore, partiamo dalla domanda chiave: perché hai aderito alla Figec?
«Fammi fare una premessa. Prima di dedicarmi al giornalismo, ho fatto l’insegnante, e anche attività politica con incarichi anche di dirigente nel mio paese, Nardò, il più popoloso centro del Salento, dopo Lecce. Ma non ho mai svolto, né prima né dopo essere diventato giornalista, attività sindacale, non mi sono mai candidato neanche alle elezioni per il rinnovo degli organi sindacali, previdenziali, assistenziali dei giornalisti».
– E allora?
«Tuttavia, quando il collega e amico Carlo Parisi mi accennò il progetto di una nuova Federazione della stampa, che comprendesse non solo giornalisti, ma anche operatori dell’informazione, della comunicazione, dell’arte, della cultura e di tutte le realtà editoriali, non ho avuto dubbi: ho dato la mia adesione».

Da sinistra: Giuseppe Mazzarino, Rodolfo Davoli, Andrea Bulgarelli, Enzo Colimoro, Carlo Parisi, Mimmo Falco, Francesco Cavallaro, Lorenzo Del Boca e Franco Calabrò il 28 luglio scorso nella Sala Zuccari del Senato a Roma in occasione della presentazione della Figec

– Quali i motivi generali e specifici che ti hanno fatto aderire?
«Intanto la ovvia considerazione che conosco e apprezzo da anni la serietà di Carlo Parisi, che ha sempre gettato il cuore oltre l’ostacolo in ogni ambito di responsabilità a cui è stato chiamato – nella stessa Fnsi, di cui è stato segretario generale aggiunto, e altre organizzazioni di categoria, oltre al generoso impegno quotidiano profuso nella realizzazione di Giornalisti Italia, un giornale on line letto da tutti i giornalisti. A parte questo, a spingermi ad aderire è stata in primo luogo una questione di principio: il principio del pluralismo. C’è in Italia il pluralismo politico, per nostra fortuna, perché non ci può essere il pluralismo sindacale?».
– E quindi?
«E quindi non vedo che scandalo ci possa essere se, oltre alla Fnsi, nasce un’altra Federazione. Oltre alla questione di principio, però c’è un’altra questione, che è più di merito e di contenuti. La Figec si propone di essere una casa con le porte aperte non solo a giornalisti, ma a tutto un mondo che negli ultimi anni è andato emergendo con crescente rilievo, e senza punti di riferimento di tutela e rappresentanza sindacale: il mondo che, con una formula generica, chiameremo il mondo della comunicazione. Le società di comunicazione, che oltre ai loro specifici compiti per cui sono sorte, in parte svolgono anche un ruolo informativo, sono un fenomeno interessante, e trovo appropriata e vincente l’idea di invitare questi operatori a far parte di questa nuova federazione, la Figec».
– Ci sono altri motivi alla base della tua adesione?
«Trovo molto promettente l’idea dell’articolazione della Figec su base territoriale, non solo regionale ma anche provinciale, in modo da realizzare uno stretto rapporto con i soci, e con il centro. Questa articolazione capillare è resa più funzionale grazie all’intesa tra la Figec e la Cisal».

Carlo Parisi (segretario generale Figec), Lorenzo Del Boca (presidente Figec) e Francesco Cavallaro (segretario generale Cisal) durante il Consiglio nazionale della Figec Cisal all’Hotel Massimo D’Azeglio di Roma

– Quali sono a tuo parere gli obiettivi della Figec?
«Un grande obiettivo è stato già raggiunto, ed è quello di una federazione plurale e pluralistica, destinata ad allargarsi con il tempo. Non dimentichiamo che la Figec si è costituita da pochi mesi. Nella recente assemblea nazionale che si è tenuta a Roma, per la nomina di una Giunta esecutiva, il segretario generale Carlo Parisi e il presidente Lorenzo Del Boca non hanno volutamente presentato un formale programma.

Mario Nanni

Ma l’anima del programma sta già nel manifesto fondativo e nell’entusiasmo dei partecipanti e nella voglia di fare qualcosa di nuovo. In testa, c’è la voglia di mettere al centro dell’azione della Figec il lavoro e la dignità del lavoro giornalistico, il riconoscimento di alcune figure professionali nuove che operano nel mondo della comunicazione. Quello della dignitosa retribuzione e remunerazione del lavoro giornalistico e della comunicazione deve essere la nuova frontiera, o la linea di salvezza di queste professioni. Operatori dell’informazione mal pagati o sfruttati, precari oltre ogni limite, sono un problema non solo sindacale, sociale, ma diventano una questione democratica da affrontare con la massima energia. Ma la Figec non deve fermarsi qui».
– In quali battaglie bisogna impegnarsi subito?
«Un’altra battaglia decisiva che dovrà essere intrapresa riguarda l’accesso alla professione del giornalista, del comunicatore, e l’inserimento nel mondo del lavoro. Finora come si diventa giornalista, come si diventa comunicatore? Frequentando un master poi si fa l’esame di Stato ma non per questo si entra subito nel mondo del lavoro. Una volta si faceva il praticantato nelle testate e poi si diventava professionisti. Ma oggi chi assume? Perciò la Figec dovrà fare una lotta per una regolamentazione degli accessi al mondo del lavoro giornalistico: salvo la Rai che ogni tanto fa qualche concorso, chi assume oggi in Italia? I giornali sono imprese private e certo non si può costringerle ad assumere. Allora il sindacato dovrebbe condurre trattative con il governo, con la Fieg perché con politiche di sostegno e di incentivazione, come si fa con altre imprese del mondo del lavoro, le imprese editoriali siano spinte, non vorrei dire costrette, a fare assunzioni».
– In queste battaglie la Figec dovrebbe chiedere il sostegno di altri soggetti sindacali?
«Questa domanda mi dà l’occasione di sottolineare due questioni: la Figec, e questo è un altro motivo della mia adesione, non è nata “contro” qualcuno. Ma non si può sottacere il fatto che la Fnsi negli ultimi anni si è andata appannando nel suo ruolo e nelle sue battaglie. Per fare un esempio: quanti anni sono passati senza rinnovare il contratto di lavoro? Che ne è stato della triste vicenda di indennità, come la cosiddetta “ex fissa’’, che molti giornalisti non hanno ancora avuto e forse non avranno mai? Sono cose intollerabili e non possono passare sotto silenzio.
La Figec deve fare le battaglie che ritiene necessarie, deve sventolare bandiere di lotte che sono state abbandonate. La Figec deve diventare il nuovo motore di istanze, e ricercare nuove adesioni e alleanze con chi condivide queste battaglie e vuole portarle avanti con decisione. Nel rispetto delle proprie prerogative e della propria autonomia. Senza chiusure ma anche senza confusioni. Ma anche senza ridicole ritorsioni polemiche come quella di un collega che ha rivestito ruoli anche apicali nel sindacato giornalisti, e che si è permesso di parlare di “sindacato giallo’’, a proposito della Figec. Con tutto il rispetto per chi, tra l’altro è stato mio vice alla redazione politica dell’Ansa, ho trovato questa definizione semplicemente ridicola, una forma di daltonismo morale. Al di là di polemiche sterili e calcoli di bottega, quel che voglio sottolineare con forza è questo concetto: come avviene nel settore dei sindacati generali, Cgil Cisl e Uil pur autonomi nei loro statuti e nei loro apparati organizzativi, non fanno battaglie comuni? Con spirito unitario. Non vedo perché i giornalisti non possano mostrare di essere capaci dello stesso spirito. Nel rispetto dei reciproci ruoli». (giornalistitalia.it)

 

Pino Nano

CHI È MARIO NANNI

Mario Nanni

Mario Antonio Nanni, salentino di Nardò, vive a Roma dal 1975, laureato in Filosofia, abilitato in Scienze umane e storia. Giornalista professionista iscritto all3Ordine del Lazio dal 26 novembre 1976, è giornalista parlamentare dal 1977. Ha seguito Commissioni d’inchiesta (Moro, P2, Sindona), Commissione Antimafia, Commissioni bicamerali per le riforme istituzionali.
Dal 2021 direttore editoriale di Bee Magazine, è stato in passato capo della redazione politica e poi capo redattore centrale dell’agenzia di stampa Ansa. Ha seguito i più importanti avvenimenti della politica italiana durante un quarantennio. Ha scritto: “Lessico parlamentare’’, in AA.VV, “Dizionario della Comunicazione” (Le Monnier, 1995); “Il curioso giornalista. Come vestire le notizie’’ (Media&Books, 2018); “Il caso Moro, il passato che non passa’’, saggio-intervista in G. Giovannetti, ‘’Passi perduti’’ (Giappichelli, 2018); “Parlamento sotterraneo, Figure e scene di ieri e di oggi’’ (Rubbettino, 2020); “La Giostra della memoria” (Media&Books, 2021).
Mario Nanni si occupa di problemi di scrittura, di tecnica giornalistica e di storia politica. Svolge oggi attività didattica in master universitari di giornalismo. Ha collaborato ancora con “Nuova Antologia’’ e “La Gazzetta del Mezzogiorno’’.
Un vero numero uno del mondo della comunicazione politica, che non ha perso il gusto della scrittura, e soprattutto alla ricerca continua – ci tiene a sottolineare – «di aggiornamenti che gli permettano di non sentirsi vittima dei nuovi linguaggi digitali».
È socio promotore e consigliere nazionale della Figec Cisal. (figec.it)

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