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Giuseppe Mazzarino: “Figec, il sindacato che c’è”

Ecco perché ho aderito alla Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione

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TARANTO – Perché è nata la Figec e perché ho aderito alla Figec? Perché i vecchi organismi della professione non bastano più. Lo evidenzia il tracollo dell’Inpgi, che non ha avuto effetti devastanti solo perché, con l’autorevole moral suasion del presidente Mattarella, e vincendo le resistenze di chi si arroccava in una impossibile sopravvivenza che, oltre ad imporre tagli strutturali ai pensionati in essere e a quelli futuri, avrebbe portato comunque al default in pochi mesi, il Governo è riuscito a deliberare il passaggio della “gestione principale” (quella che riguarda i lavoratori dipendenti) all’Inps, facendo salvi i diritti acquisiti fino al 30 giugno di quest’anno ed uniformando poi il trattamento e le rivalutazioni a quelli in atto nell’Inps.

Sergio Mattarella

E, attenzione: il tracollo dell’Inpgi è avvenuto indipendentemente dalla riconosciuta professionalità dei suoi dirigenti funzionari e dipendenti, tutti di alto valore. L’organismo non reggeva più, anche per uno squilibrio rapidamente aggravato negli ultimi anni fra lavoratori attivi (sempre meno) e pensionati (sempre di più, anche per la generosità con la quale è stato consentito agli editori di far ricorso ai prepensionamenti anche senza alcun reale motivo di crisi), insieme con la compressione dei salari, dovuta anche all’incapacità di procedere ai rinnovi contrattuali (ultima rinnovazione del contratto principale, il Fieg-Fnsi, nel 2014). E il ricorso all’ampliamento della platea contributiva con i comunicatori, oltre ad arrivare troppo tardi, è stato tentato partendo dalla fine, non dall’inizio. Ovvero, senza consultare la nuova categoria, peraltro estremamente frammentata, con una miriade di associazioni di dubbia rappresentatività, e senza prevedere, come sarebbe stato doveroso, di associarla ai giornalisti strictu sensu.
C’erano due possibilità: ottenere che il legislatore trasformasse l’Ordine dei Giornalisti in Ordine dei Giornalisti e dei Comunicatori, con due albi separati; oppure modificare l’assetto dell’Inpgi rendendolo cassa professionale di due professioni diverse, entrambe però rappresentate negli organi elettivi (sul modello dell’Inarcassa, cassa professionale degli Ingegneri e degli Architetti, professioni differenti con Ordini differenti, ma unico ente previdenziale). Per preservare un insostenibile status quo si è tentata l’annessione manu militari dei soli contributi dei comunicatori. Manovra fallimentare, oltre che tardiva, e rapidamente fallita. Con conseguente eutanasia dell’Inpgi gestione principale.
Anche il cosiddetto Inpgi 2, ovvero la gestione separata, cassa professionale per il lavoratori autonomi, va seriamente riformato. Ma non come vorrebbe chi sogna di trasformarlo in un doppione del defunto Inpgi 1, con venti inutili sedi territoriali che giustifichino i cospicui finanziamenti che, con i contributi pensionistici di tutti i lavoratori Inpgi, versava (e versa) alle Associazioni regionali di stampa di quello che fu il sindacato unico dei giornalisti. Con una struttura centrale snella, che si occupi di una cosa sola: le pensioni dei giornalisti lavoratori autonomi.
Anche Casagit, la cassa sanitaria integrativa dei giornalisti, correva seri rischi: per l’invecchiamento della popolazione giornalistica, che nonostante gli auspici di Fornero, Boeri ed altri, che qualche volta se lo sono anche lasciato sfuggire, anche se ha una aspettativa di vita più bassa di altri professionisti e lavoratori, si ostina non voler morire in giovane età: e così, col progredire dell’invecchiamento, aumenta la spesa; e con la compressione dei redditi, come diminuivano i contributi previdenziali, diminuivano i versamenti alla cassa integrativa sanitaria. Taglio e rimodulazione delle prestazioni non bastavano, se non come misure tampone. E allora Casagit ha avuto il coraggio (e la progettualità) di una autoriforma, mettendo la sua esperienza al servizio anche di altre categorie, salvo per contro scaricare tanti giornalisti “colpevoli” di avere un regolare contratto di lavoro non gradito a chi si crede padrone della categoria. Così, mentre si inseguono geometri, infermieri e golfisti, si sono persi centinaia di giornalisti che, ovviamente, sono stati assicurati altrove.
La riforma dell’Ordine voluta dal legislatore si è risolta in una sforbiciata al Consiglio nazionale che ha compresso la rappresentanza dei territori, delle esperienze lavorative, delle idee, e ha creato anche una mostruosità per quel che riguarda la rappresentanza (doverosa) delle minoranze linguistiche. Resta in vigore una assurda eguaglianza nella composizione numerica dei Consigli regionali dell’Ordine: sei professionisti e tre pubblicisti, tanto per Lombardia e Lazio (Ordini ai quali sono iscritti oltre i due terzi dei giornalisti italiani) quanto per la Valle d’Aosta. Così come nella composizione dei Consigli di disciplina.
E veniamo al punto dolente più di tutti, quello che riguarda direttamente il perché della Figec. Che è un sindacato nuovo, non semplicemente un nuovo sindacato. Premesso che Figec-Cisal nasce in coerenza con la Costituzione italiana, il Patto internazionale sui Diritti civili e politici delle Nazioni Unite, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sul pluralismo sindacale, quello che stiamo costruendo è un soggetto nuovo, pluralista, radicato sul territorio, rispettoso della pluralità delle opinioni, che sono una ricchezza e non eresie da estirpare all’insegna del pensiero unico, un sindacato rappresentativo dell’intero comparto della comunicazione e dell’informazione, nella sua complessa articolazione. Se non avesse potuto ingenerare confusione coi sindacati della scuola e dell’Università, lo avremmo definito, con accezione globale ed ampia, un sindacato della cultura.

Giuseppe Mazzarino

Nasce da un nucleo di sindacalismo e di rappresentanza giornalistica, la Figec; ma da subito si fonda anche sui comunicatori, un comparto contiguo, che spesso interseca i compiti specifici dei giornalisti degli uffici stampa, ma che ha caratteristiche sue; così come, da subito, Figec intende essere la casa comune delle nuove professioni dell’informazione; professioni di frontiera che anch’esse hanno sfumati confini col giornalismo (e con la comunicazione), e che al livello di rappresentanza sindacale costituiscono nel XXI secolo quello che nel XX sono state per il giornalismo le nuove figure di frontiera: i telecineoperatori, i giornalisti grafici, i fotoreporter: a solo titolo esemplificativo, tecnici informatici che lavorano per giornali on line o piattaforme web; web designer; social media manager; montatori; blogger; opinionisti; saggisti; scrittori; divulgatori scientifici; videoartisti. Non solo.

Da sinistra: Giuseppe Mazzarino, Rodolfo Davoli, Andrea Bulgarelli, Enzo Colimoro, Carlo Parisi, Mimmo Falco, Francesco Cavallaro, Lorenzo Del Boca e Franco Calabrò il 28 luglio scorso nella Sala Zuccari del Senato a Roma in occasione della presentazione della Figec

Abbiamo inteso dare rappresentanza (e quindi tutela) ad una categoria di lavoratori che, per quanto transitoria per definizione, nessuno ha potuto finora tutelare: sono lavoratori che devono essere retribuiti, ma nel panorama sindacale semplicemente non esistevano: sono quanti hanno intrapreso il cammino di 24 mesi consecutivi di attività giornalistica con la redazione e pubblicazione di articoli retribuiti per poter ottenere l’iscrizione nell’elenco pubblicisti dell’Ordine dei Giornalisti. Spesso preda di rapaci “editori” che li ingannano e li illudono e li sfruttano ben oltre i canonici 24 mesi, previsti dalle norme. E con loro intendiamo dare rappresentanza agli studenti dei master in Giornalismo o dei corsi universitari di giornalismo, comunicazione, editoria.
Un sindacato con rappresentanza forte di lavoratori dipendenti, parasubordinati ed autonomi; ma anche di giornalisti ed altri professionisti dell’informazione che, per necessità o per scelta, hanno intrapreso la difficile strada dell’autoimprenditoria.
Un sindacato di tutti e per tutti.
Un sindacato, infine, pronto anche allo scontro, ma che non si pone la conflittualità come obiettivo, avendo come finalità la soluzione dei problemi e delle controversie, ponendo sempre al centro il lavoro e la tutela della persona.
Un sindacato che non c’era. E adesso c’è. (figec.it)

Giuseppe Mazzarino

CHI È GIUSEPPE MAZZARINO

Giuseppe Mazzarino, giornalista professionista, è nato a Taranto nel 1954, e vive fra Taranto e Roma, dove si è laureato in Lettere moderne alla Sapienza ed ha svolto buona parte dell’attività professionale, come cronista parlamentare di punta della Gazzetta del Mezzogiorno.

Giuseppe Mazzarino

Brutalmente soppressa la redazione romana e deportato in Puglia, ha curato per un decennio le pagine di cultura e spettacoli dell’edizione di Taranto della Gazzetta.
Ha esordito fondando e dirigendo negli anni liceali un longevo giornale studentesco di Taranto, La Sferza, e collaborando con quotidiani e periodici, locali e nazionali, ed ha diretto nella seconda metà degli anni ’70 i radiogiornali di alcune delle prime radio libere tarantine. Praticante all’Asca (odierna Askanews) nel 1976, è passato alla Gazzetta del Mezzogiorno, del cui comitato di redazione ha fatto parte dal 1989 fino al prepensionamento, nel 2012.
Negli anni romani ha collaborato con vari quotidiani (La Sicilia, BresciaOggi, BergamoOggi), con l’agenzia di servizi Quotidiani associati, con Radio1 Rai.
Ha ricoperto e ricopre svariati incarichi negli organismi di categoria del giornalismo. Dal 1986 al 1988 è stato vicepresidente dei corrispondenti da Roma dei quotidiani italiani (Sala stampa italiana). Ha fatto parte del consiglio direttivo dell’Assostampa di Puglia e Basilicata prima, di Puglia poi, dal 1991 al 2015, e ne è stato vicepresidente dal 1999 al 2009. È stato consigliere nazionale dell’Ucsi, l’Unione cattolica della stampa italiana e dell’Ordine dei Giornalisti (2001/2004).

Giuseppe Mazzarino con Franco Siddi

Ha fatto parte dal 1994 al 2004 della commissione contratto della Fnsi, Federazione nazionale della stampa italiana, ed è firmatario di due contratti nazionali di lavoro giornalistico. Dalla sua ripresa, nel 1996, al 2004, ha fatto parte, in rappresentanza del direttore della Gazzetta, della giuria del Premio Saint Vincent di giornalismo, il più prestigioso riconoscimento giornalistico europeo.
Presidente dal 2007 al 2015 del collegio dei revisori della Fnsi, e revisore effettivo 2015/2019; presidente del collegio sindacale dell’Unci, Unione nazionale cronisti italiani, dal 2011 al 2019, eletto due volte sindaco supplente dell’Inpgi, presidente 2017/2021 del collegio dei revisori dei conti dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia, è attualmente revisore dei conti dell’Ordine di Puglia e fa parte del gruppo di lavoro sulla deontologia del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti.
Da tre bienni insegna Storia del giornalismo nel master in Giornalismo dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro.

34° Premio Saint Vincent (1999), da sinistra: Mario Cervi, Lorenzo Del Boca, Mario Petrina, Giuseppe Mazzarino, Luca Montrone.

Ha pubblicato opere di ricerca storiografica e di divulgazione storica e scientifica, di storia dell’enogastronomia e sulle avanguardie storiche, nonché un sommario di Storia del giornalismo e della comunicazione (“In principio erat Verbum…”) ed un dizionario di parole della politica (“Peones pianisti & franchi tiratori fanno cadere l’anatra zoppa”). Oltre che di Futurismo ed avanguardie storiche, di enogastronomia e di archeologia, è un appassionato di goliardia, ed alla goliardia ha dedicato un voluminoso tomo, scherzosamente intitolato “Carmina Burina”.
Collabora con la Gazzetta del Mezzogiorno e col quotidiano Taranto Buonasera, ed è direttore responsabile della rivista Archivio storico pugliese, organo ufficiale della Società di Storia patria per la Puglia.
È socio promotore e consigliere nazionale della Figec-Cisal. (figec.it)

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